Maha Kumbh Mela, Allahabad. Un astronave indiana che ha attraversato millenni di storia umana.

Quattro anni fa, in una giornata grigia e umida, sbarcavo, con altri amici e colleghi fotografi, al Maha Kumbh Mela di Allahabad, India. Nonostante fossimo tutti preparati per affrontare questo evento di massa che è il più grande festival religioso hindù del Pianeta, l’impatto non fu per questo meno travolgente. Perché al Kumbh ogni possibile iperbole che descriva moltitudini di persone diventa riduttiva.
Lo spettacolo apparso per primo ai nostri occhi, una vera e propria visione, attraversando il grande ponte metallico sul Gange poco lontano dalla città di Allahabad era straordinario. Lungo le sponde del fiume, e oltre, a perdita d’occhio, centinaia di migliaia di tende formavano il più esteso accampamento che la storia dell’umanità ricordi. In lontananza due grandi palloni aerostatici galleggiavano nell’aria a grande altezza. Avremmo successivamente scoperto che il loro scopo era quello di segnalare, con facilità e da grande distanza, la presenza delle stazioni “Lost and Found”. Dove i familiari delle moltissime persone disperse durante il festival, potevano rivolgersi direttamente ai loro cari, chiamandoli attraverso la voce delle migliaia di altoparlanti installati on po’ ovunque nell’intera area del Kumbh. Un assordante, ininterrotta, litania di voci disperate e distorte dall’altissimo volume, che per tre settimane sarebbe stata la colonna sonora della nostra permanenza lì. Dal punto di vista fotografico il Kumbh Mela è moltissime cose insieme. Gli incredibili bagni di massa nell’acqua del sacro Ganga, gli imponenti, coloratissimi, asharam dei baba più famosi, l’oscura e inquietante presenza dei Naga Sadu, i santoni guerrieri ricoperti di cenere. Ma anche la vita quotidiana dei milioni di pellegrini arrivati li da tutta l’India per questo straordinario evento religioso, che da secoli replica se stesso come se il tempo che passa non avesse alcuna importanza per chi vi partecipa.
Tra i miei ricordi di quei giorni ci sono le alzatacce all’alba, il nostro accampamento era su una collina situata ad alcuni chilometri del centro del Kumbh. E il girovagare fra le tende e i bivacchi, dove milioni di credenti condividevano cibo e tende, per ripararsi e riposare nelle freddi e umide notti indiane. Un’incredibile diversità di soggetti e volti, un’incredibile quantità di situazioni fotograficamente interessanti, che si presentavano ai nostri occhi una dopo l’altra. La documentazione approfondita e appassionata della vita quotidiana dei pellegrini, posso tranquillamente dire che abbia fatto la differenza fra il lavoro da noi realizzato e quello dei tantissimi altri fotografi presenti. Che spesso del Kumbh hanno mostrato soprattutto gli aspetti più appariscenti e folcloristici.
Con l’amico fraterno e collega fotografo Giovanni Canitano (www.giovannicanitano.com stiamo da tempo lavorando per riunire una parte delle foto scattate insieme in quei giorni in una grande mostra. Che, ci piacerebbe, possa riuscire a trasmettere quella sensazione elettrizzante di partecipare ad un qualcosa di realmente eccezionale che abbiamo vissuto in quei giorni. Quel consapevole stupore che ci pervadeva, nella consapevolezza di trovarsi in una qualche forma di sintonia con il cuore antico e pulsante di un evento che sembra essere caparbiamente sopravvissuto alla modernità.

Roberto Nistri

Roma, 11, febbraio, 2017.

)
www.robertonistri.com

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